Archivi per la categoria ‘Psicologia dello sport’

Lo sport rende davvero più felici? Vi espongo 7 mie opinioni personali

Alzandomi dal divano dell’appartamento dove abito da due mesi, lo scorso Lunedì Pomeriggio, avevo notato in me stesso qualcosa di emotivamente complicato.

Mi ero reso conto in molto rapido e consapevole che la mia mente era afflitta da una forte inquietudine.

Un’inquietudine  talmente celata nei recessi più impalpabili del mio inconscio della quale non mi sarei mai reso conto.

Eppure in quel pomeriggio di inizio settimana riuscivo stranamente a razionalizzare una simile tensione angosciosa.

Si trattava di un’inquietudine pesante e sofferente ma allo stesso tempo accattivante e fruttuosa.

Solo grazie ad una lunga camminata in tuta e scarpe da ginnastica con un mio amico ero riuscito a sublimare il mio disagio in una vitalità stimolante.

Quest’ultima era una sensazione emotiva che era riuscita a rendermi davvero felice.

Quali legami oggettivi e soggettivi specifici ci sono però realmente tra lo sport e la felicità?

Proverò a descrivervene man mano ben 7, con estremo ordine.

1 – ALCUNI SPORT MI RILASSANO MEGLIO DI ALTRI

Credo che, ad esempio, la montagna sia per me un ottimo strumento per rilassare notevolmente i nervi, ma solo dopo una grossa camminata.

All’inizio dell’escursione fra i sentieri, e durante i momenti abbastanza difficili della stessa, riesco solo a provare una grossa ed inappagante fatica.

Capirete forse benissimo da queste parole che sono un uomo di città, che ama molto la routine, ed è infatti del tutto vero!

Io amo molto di più giocare a tennis con i miei migliori amici, ragion per cui penso che quanto scritto nel sottotitolo sia completamente indicativo.

Alcuni sport rilassano molto meglio di altri, in modo del tutto costante; in questo caso non c’è l’ansia dell’attesa di finire le numerosissime partite.

Sto però parlando di qualcosa di molto soggettivo, legato ai miei gusti personali ed al mio modo di essere.

2 –  L’AUTOSTIMA SPORTIVA EQUILIBRATA NON SIGNIFICA SEMPRE FELICITA’

Credo che avere una capacità di autostima sportiva non narcisistica, bensì ben ponderata ed equilibrata, non coincida sempre con l’essere felici.

Sono invece convinto che certe volte avere fiducia in se stessi mentre si fa attività fisica, renda sereni, o tutt’al più momentaneamente felici.

Tale felicità potrebbe quindi essere non duratura, a causa di altre difficoltà che potrebbero sussistere quando non si fa sport.

3 –  PERCHE’ ATTRIBUIAMO LA CAUSA DELLA NOSTRA INFELICITA’ SPORTIVA AGLI ALTRI

C’è un meccanismo di difesa particolare, studiato e teorizzato per la prima volta dall’eminente Psicoanalista Melanie Klein: la proiezione.

Nel caso specifico a cui mi sto riferendo si tratta di qualcosa di puramente etico.

Noi attribuiamo la causa della nostra frustrazione od infelicità nel fare sport ad altre persone.

Il motivo di questa scelta potrebbe derivare, a mio avviso, dalla non accettazione della propria incapacità.

Un’incapacità intellettiva ed emotiva della quale non ci si dovrebbe vergognare.

La  complessità dalla quale deriva è infatti molto, ma molto difficile da superare.

Le terapie future per sconfiggere questo disagio saranno ancora migliori di quelle odierne.

Penso però che la strada sarà ancora lunga e tosta.

4 –  CERTE VOLTE LA FELICITA’ SPORTIVA PUO’ FAR SUPERARE IL COMPLESSO DI EDIPO

Il Complesso di Edipo è una elaborazione letteraria che risale ai tempi dell’Antica Grecia.

Sigmund Freud, il Padre della Psicoanalisi, introdusse tale concetto nella disciplina che aveva fondato.

Io ritengo che, un’intensa attività sportiva potrebbe far superare anche a livello inconscio questo complesso, già in adolescenza.

Sono convinto di una simile tesi perchè credo che la felicità possa temprare positivamente il carattere.

Credo che questa gioia, anche se del tutto sportiva formi un futuro uomo non in termini narcisistici, ma autocritici.

In tale ottica, la grandissima maturazione del ragazzo rende a mio parere del tutto superfluo il Complesso di Edipo.

5 –  PENSO CHE LA FELICITA’ SPORTIVA CANCELLI L’AUTODISTRUZIONE EMOTIVA

Navigando in Internet, mi è ritornato in mente uno specifico istinto Freudiano: la Pulsione di Morte.

Sto parlando di un meccanismo psichico dell’essere umano che porta all’autodistruzione.

So che un modo efficace per sconfiggere la sua negatività sia la sua controparte positiva e non aggressiva.

Sono però del parere che non tutti gli individui abbiano le risorse necessarie per usare questo stratagemma.

La soluzione ottimale sarebbe a mio avviso un lungo percorso di vita che porti alla felicità sportiva.

6 – LA FELICITA’ SPORTIVA COME VALVOLA DI SFOGO CONTRO LA CRISI DI IDENTITA’

Credo che la gioia sportiva possa essere uno strumento efficientissimo per sfogarsi, sublimando l’aggressività tipica della Crisi di Identità.

Tale crisi è un concetto psicosociale dello studioso Erik Erikson, ma diventa una forma di ricerca affannosa nella Sindrome Borderline.

7 –  ESSERE FELICI NELLO SPORT AIUTA A SUPERARE LA RIMOZIONE NEVROTICA

Il concetto di Rimozione è tipico delle forme Nevrotiche, ma io credo che, la capacità di impegnarsi affrontando la fatica dello sport, porti piano piano a superarlo.

Il risultato di un simile percorso di vita potrebbe portare a mio parere certe persone alla sperimentazione della felicità.

Credo infatti che esso possa potenzialmente  portare ad un enorme risultato: essere finalmente se stessi, quando non lo si è mai stati.

PER CONCLUDERE…

Il post è giunto alla conclusione. Voglio porvi due quesiti.

Siete mai stati contenti per un lungo periodo facendo attività fisica?

Credete che la felicità esista nei contesti sportivi anche non impegnativi e/o agonistici?

Marco Pantani: un campione molto sfortunato

Marco Pantani è stato un grande ciclista, campione soprattutto come scalatore.

Quando la strada saliva egli esprimeva tutta la sua prorompente forza, certamente anche aiutato dal suo fisico leggero ( appena 54 chili ), ma soprattutto dalla sua potenza nelle gambe a dalla sua tenace volontà anche nella sofferenza della fatica.

Quando qualcuno gli chiedeva come mai andasse così veloce in salita, egli rispondeva che lo faceva per superare al più presto possibile l’agonia.

Queste sue capacità gli hanno consentito di vincere moltissime gare caratterizzate da altimetria molto impegnativa, fra cui molte tappe di montagna sia al Giro d’Italia che al Tour de France.

Fino al 1998 non è mai riuscito a vincere una grande corsa a tappe sia per motivi tecnici, ma anche perchè gli sono capitati due gravi infortuni causati da eventi, che si possono che definire estremamente sfortunati.

Il primo infortunio è stato causato da un’autovettura, che l’ha investito fratturandogli sia la tibia che il perone della gamba sinistra. Si pensava che non sarebbe più potuto tornare a correre. Invece dopo un’anno è tornato a correre. Certamente non ha potuto esprimere tutte le sue potenzialità, dato che, dopo un infortunio, non è possibile avere uno stato di forma ad alti livelli.

Il secondo infortunio è avvenuto in corsa quando all’improvviso un gatto gli attraversava la strada e lo faceva cadere. Anche in quel caso ha dovuto assentarsi dalle competizioni per un certo periodo.

I motivi tecnici, che non gli hanno consentito fino ad un certo periodo di vincere una corsa a tappe, derivano dal fatto che ha avuto come avversari in periodi diversi due corridori, che riuscivano a superarlo nelle corse a tappe: lo spagnolo Indurain e lo statunitense Armstrong, anche se quest’ultimo, come si è scoperto dopo, vinceva i Tour in modo non corretto.

Entrambi questi corridori erano inferiori a Pantani nelle montagne, ma entrambi godevano delle eccessive presenze di tappe a cronometro, dove questi erano specialisti, mentre Pantani, con il suo fisico minuto e leggero perdeva nei loro confronti un tempo superiore a quello, che lui riusciva a conquistare nelle tappe di montagna.

L’anno del suo più grande trionfo è stato il 1998, quando vinse sia il Giro che il Tour nello stesso anno. Impresa questa che è riuscita solo a pochissimi fuoriclasse.

L’anno successivo Pantani partecipò ancora al Giro e si stava ripetendo l’impresa dell’anno precedente. Era in testa alla classifica con la maglia rosa ed aveva vinto in modo travolgente una durissima tappa di montagna.

La mattina del giorno successivo, a seguito di un’analisi del sangue, gli viene riscontrato un valore dell’ematocrito leggermente superiore a quello consentito ( 52 invece del 50 massimo consentito ). A quel punto viene interrotta la sua partecipazione al Giro, non per squalifica bensì per protezione precauzionale della sua salute.

Questo è stato l’episodio scatenante, che ha condizionato la sua vita, non solo sportiva ma anche personale.

Come mai una persona come Pantani, che ha dimostrato in tutta la sua vita di essere forte e di aver saputo reagire in modo determinato a tutte le sfortune e disavventure, che, nonostante abbia trovato degli avversari molto forti, trovava stimoli per riuscire a batterli con grande forza di volontà, ripeto come mai non ha saputo reagire e battersi per riemergere???

In un altro mio articolo ho scritto delle motivazioni, che spingono un ciclista ad affrontare le enormi fatiche di questo sport. Le motivazioni stanno nella volontà di misurarsi con gli avversari, ma soprattutto di misurarsi con se stessi.

Forse in Pantani risultava normale ed accettabile essere superato da un avversario o aver preso coscienza di qualche proprio limite. Tutto ciò tempra il carattere e sprona ad impegnarsi per fare meglio. Perdere una gara non inficia il  valore di un atleta e l’immagine collettiva dell’essere un campione sportivo e soprattutto umano.

Forse Pantani ha visto, in quella sua esclusione da in Giro che stava dominando, il crollo di tutta l’immagine che a suo modo di vedere, era riuscito a costruire con fatica ed abnegazione.

Forse vedeva, o immaginava di vedere, il crollo della fiducia nei suoi confronti e le perplessità della gente sulle sue effettiva capacità. A tale proposito vi è da ribadire che la sua esclusione dal Giro del 1999 non è dipesa da doping, per il quale è risultato negativo, bensì per tutela della sua salute.

Forse, nonostante quanto sopra detto, Pantani era consapevole che l’immaginario collettivo avrebbe creduto che le sue vittorie non sarebbero state ritenute limpide, come nella realtà erano.

Forse questi suoi pensieri hanno avuto come conseguenza la grave depressione che l’ha colpito.

Successivamente ha partecipato ad altre gare, ma non era più lo stesso Pantani.

Forse i pensieri di cui sopra, sommati agli insuccessi che seguirono, hanno accentuato la grave depressione facendolo precipitare in un profondo vortice, che l’hanno portato a quella fine drammatica e triste, che quel maledetto giorno non avremmo voluto sentire.

 

Psicologia delle mogli tifose di calcio

L’articolo di oggi parla della Psicologia delle tifose di calcio, in particolare di una categoria specifica delle donne che seguono la partita: le mogli.

Si tratta però di femmine che in un modo o nell’altro sono più o meno appassionate di calcio, e per questo le definisco “tifose”.

Le mogli sono a mio avviso stimolate dal marito a seguire il calcio per non stare a casa sole

Io credo che, molte mogli di appassionati di calcio, siano talmente spaventate dall’assenza dei mariti da voler seguire le partite di Campionato o dei Mondiali per non restare a casa da sole.

Penso che, tale meccanismo di adesione alle regole dei loro partners per avere i baci e la compagnia, dipenda da una abilità introspettiva e cognitiva molto buona ed equilibrata, e non dalla semplice dipendenza dal proprio uomo, come avveniva per alcune donne del passato.

Ritengo quindi che, qualcosa nel cervello delle trentenni o quarantenni moderne sia cambiato, anche se non so fare un’ipotesi neurologica convincente.

Opinioni personali sul tifo delle mogli quarantenni e quello delle mogli giovani adulte

Penso che, la differenza tra le mogli quarantenni e quelle giovani adulte, consista nella diversa modalità di tifo, molto più sobrio nelle prime, e invece molto più originale ed anticonformista nelle seconde.

Sento di poter affermare che, solo apparentemente il modo di seguire il Milan, l’Inter o la Juventus da parte di quelle più giovani sia sbarazzino e poco misurato, ed è a mio avviso meno contenuto per quanto riguarda la maggiore indipendenza mentale rispetto agli schemi del compagno, ma non  più sballato o sregolato.

Sono della folle idea che, comunque, il tifo di entrambe le generazioni di donne sposate sia basato su una abilità di comprensione calcistica abbastanza buona, ma che, in quelle più nuove sia addirittura più assennato e ragionato di quello dei mariti.

Idee soggettive sul tifo delle mogli e quello delle donne single o solo fidanzate

La differenza tra il tifo delle donne sposate, sia più in erba che mature, e quello delle coetanee single o fidanzate, deriva per me  dalla mancanza di paura della gestione dei figli quasi piccoli.

Essa si tramuta a mio avviso nello stimolare le doti di gestione dei timori dei bambini (non di loro stesse) nei confronti del calcio se parliamo delle esponenti della prima categoria femminile menzionata.

Penso che invece le esponenti della seconda tipologia abbiano l’ovvia assenza di un istinto materno.

Ritengo che comunque a livello emotivo e fantasmatico costoro siano turbate dal pensiero che, se fossero state ipoteticamente delle madri, sarebbero state anche loro in una condizione difficile portando i figli allo stadio.

Conclusione…

Il post è giunto al termine. Voglio porre tre quesiti a voi lettori (anzi, più propriamente a voi lettrici).

Avete portato allo stadio i vostri figli quasi piccoli, oppure quelli in tenera età, pentendovi di questa scelta?

L’avete fatto perchè siete tifose accanite o solo per accompagnare la vostra famiglia?

I vostri genitori hanno fatto cose del genere con voi?

Considerazioni generiche sulla psicologia del ciclista

Devo precisare che sono un ciclista. Un ciclista amatoriale che, pur avendo una certa età, assieme ad altri amici quasi coetanei, va in bici da corsa pedalando per un discreto numero di chilometri.

Questa precisazione è necessaria per spiegare che le considerazioni che mi accingo a formulare non vengono dall’esterno dell’ambiente, bensì da una persona che vive tali sensazioni.

Per capire la psicologia del ciclista è opportuno distinguere i ciclisti in due grandi categorie: ciclisti agonistici e ciclisti amatoriali. Entrambi hanno un elemento in comune: la fatica. Il ciclismo a mio avviso è lo sport più bello, ma anche il più faticoso che esiste. Qualcuno può chiedersi perchè allora viene praticato questo sport. cercherò di dare successivamente qualche spiegazione.

Fatta l’osservazione di cui sopra, esistono delle differenze fondamentali fra le due categorie.

 

CICLISTI  AGONISTICI

Non faccio distinzioni fra dilettanti e professionisti. Entrambi i ciclisti sono spinti fondamentalmente da un obiettivo: vincere la gara. A monte però di tale obiettivo c’è l’esigenza di misurarsi con se stessi, oltre che con gli avversari.

C’è inoltre il desiderio di immortalarsi, cercando di vincere per registrare il proprio nome nell’albo dei vincitori di quella gara. Quest’ultimo desiderio purtroppo talora spinge il ciclista a prendere delle scorciatoie attraverso l’uso di sostanze non lecite.

La consapevolezza di non essere all’altezza della vittoria può portare il ciclista agonistico ad assumere dei comportamenti diversi. Taluni utilizzano le sostanze di cui sopra; altri si deprimono e abbandonano (spesso c’è la convergenza dei due comportamenti);  altri ancora accettano i propri limiti ed accettano dei ruoli di gregariato al servizio dei migliori della propria squadra.

Questi ultimi trovano le motivazioni nell’impegno molto gravoso, che però può dare i suoi frutti allorquando il proprio lavoro riesce a far vincere la gara al proprio capitano. ( Per chi non conosce il lavoro del gregario, esso consiste nel pedalare davanti al proprio capitano coprendogli l’aria e facendolo arrivare con le energie sufficienti per i momenti opportuni).

 

CICLISTI  AMATORIALI

Questi ciclisti non hanno l’obiettivo di vincere, dato che non c’è alcuna gara, ma solo una pedalata più o meno lunga o impegnativa.

Esiste in questi ciclisti il desiderio di mantenersi in forma, anche se molto spesso c’è la malcelata volontà di misurarsi con se stessi, ma anche con gli altri, con particolare riferimento alla distanza chilometrica e alla capacità di riuscire ad affrontare le salite.

C’è anche un aspetto non secondario che spinge ad amare questo sport, anche se molto faticoso. Questo è uno sport che non si pratica in ambiente chiuso o comunque circoscritto. Il ciclismo si pratica per strada e i ciclisti amatoriali riescono ad effettuare percorsi che variano fra i 60 e i 120 Km inseriti in posti ameni e spesso panoramici.

A differenza dei ciclisti agonistici, che sono impegnati in corse ad alta velocità (anche 40 orari), i ciclisti amatoriali (massimo 25 orari) hanno il tempo di godere la visione del panorama.

 

15 opinioni personali su Roberto Baggio

L’articolo di oggi tratta 15 mie opinioni personali sulla Psicologia di un fuoriclasse assoluto dello sport: Roberto Baggio.

1 – Capacità di dribblare più avversari di Maradona

Ricordo da certi filmati storici che, Roberto Baggio, aveva la capacità di dribblare più avversari di Diego Armando Maradona.

Tale abilità era stata riscontrata in altri grandi campioni del passato, come Sandro Mazzola, che in un’occasione (non so se fosse stata l’unica) scansò con delle finte addirittura otto rivali.

Sono però convinto che la bravura di un fuoriclasse non si misuri nella quantità di persone alle quali non si fa toccare la palla, ma da altri fattori calcistici, come il numero di gol in una partita e la costanza nell’avere una visione di gioco iper attenta, anche quando non si fanno questi atti mirabolanti.

Credo inoltre che conti anche l’abilità nel saper fare squadra, e non solo quella di essere protagonisti assoluti della partita.

Io penso che le tre ultime doti menzionate dipendano da un’intelligenza spaziale più complessa di quella che consente di fare solo, o soprattutto, dei dribbling super emozionanti.

Detto ciò, considero comunque Baggio uno dei calciatori più geniali di sempre a livello mondiale, solo leggermente sotto Maradona.

2 – Vantaggi ottenuti grazie al misticismo buddista

Credo che il misticismo buddista, a mio avviso molto più concreto del Cristianesimo, abbia consentito a Roberto Baggio un grande equilibrio a livello intrapersonale e sociale.

Ritengo pure che, la meditazione orientale abbia migliorato in lui molte qualità altruistiche già spiccate.

3 – Svantaggi ottenuti per colpa del misticismo Buddista

Sono dell’idea che, gli svantaggi della conversione di Baggio al misticismo buddista siano stati abbondanti, perchè si tratta a mio avviso comunque di una forma di autoanalisi (che è un metodo utile anche per le persone più equilibrate di questo mondo) molto inferiore a quelle atee ed occidentali.

Le due principali conseguenze negative sono state secondo me la credenza in filosofie troppo basate sulla spiritualità new age e la scarsa autonomia nell’andare con le proprie gambe, chiedendo aiuto mediante attività profonde, ma che fanno a mio parere molto da guida alla persona.

4 – Vantaggi che avrebbe potuto ottenere grazie alla Psicologia Positiva

La Psicologia Positiva è, per quanto possa valere la mia opinione, un ottimo metodo introspettivo, perchè può partire da se stessi, senza nessun rifugio in riti meditativi, od in consigli Freudiani che lasciano il tempo che trovano.

Credo che Baggio sia stato, e sia tuttora, capacissimo di usare sistemi così intelligenti, anche se non li vuole sfruttare.

5 – E se Baggio fosse stato un calciatore ventenne nel 2014?

Credo che se Baggio avesse avuto vent’anni nel 2014 probabilmente avremmo vinto il Mondiale, perchè penso che, anche se la sua abilità di servire la squadra non fosse a livello di quella di Maradona, era comunque molto spiccata.

La capacità di collaborare con i compagni sarebbe stata già florida anche oggi, malgrado la giovane età da me ipotizzata per assurdo.

6 – E se invece Baggio fosse stato un calciatore venticinquenne nel 2014?

Ritengo che, se Baggio avesse avuto 25 anni nel 2014, sarebbe stato probabilmente il Capitano della Nazionale ai Mondiali, e forse avrebbe incitato la squadra a vincere.

7 – Ipotizziamo che Baggio fosse stato un calciatore trentenne nel 2014

Credo invece che, se il Grande Roby Baggio avesse avuto trent’anni nel 2014, grazie all’esperienza maturata nel servire la squadra, e ai suoi ipotetici recentissimi successi in Nazionale, magari non più in veste di Capitano, avrebbe tranquillizzato i compagni e i tifosi.

Penso ciò perchè credo che egli avrebbe fatto sperare tali categorie di persone in un suo gioco bellissimo ai Mondiali, e forse addirittura nella vittoria.

8 – Capacità logiche nella media

Ritengo che Roberto Baggio abbia una abilità logica nella media, che si riscontra nella sua semplicità di ragionamento, a differenza di allenatori come Mourinho, così intelligenti nelle riflessioni da apparire addirittura contorti e supponenti.

9 – Capacità linguistico – espressive nella media

Penso che Roberto Baggio abbia una capacità linguistico – espressiva nella media, equivalente del resto a quella di molti scrittori che, come lui producono libri autobiografici, o comunque romanzi molto alla portata del letterato “fai-da-te”.

10 – Capacità comunicativo – persuasive invece molto spiccate

Io sono convinto che le abilità comunicativo – persuasive di Baggio, quando non debba affrontare argomenti troppo impegnativi, siano super spiccate.

E’ forse questo il potere dell’efficacia delle parole: andare al cuore della gente pure se non si trattano questioni esistenziali complicate, anche se comunque per nulla ermetiche e capaci di stimolare i lettori comuni.

Il romanzo “La solitudine dei numeri primi” ne è un esempio tra i più eclatanti, perchè tratta temi profondi molto più elaborati di quelli dei libri del calciatore veneto, ma è diventato ugualmente un best – seller internazionale.

11 – Roberto Baggio ottimo dirigente sportivo 

Roberto Baggio è stato premiato a Firenze come ottimo dirigente sportivo nella sua categoria. Io penso che questa colonna portante del calcio mondiale abbia innata nei suoi geni, e nella sua mente, questa abilità.

12 – Roberto Baggio: un papà che vive per i suoi figli

Roberto Baggio è un ottimo padre, che non vuole la notorietà per i suoi figli, che porta ai concerti di Zucchero come se fosse un normale impiegato.

Credo che ciò dimostri le sue grandi predisposizioni nei rapporti umani, malgrado la cultura non iper spiccata e la difficoltà della vita odierna.

13 – Baggio è stato un ottimo figlio

Roberto Baggio  è stato un ottimo figlio. Credo che una dote simile, per certi versi più complicata di quella dell’ottimo padre, dipendesse dalla sua educazione ferrea, ma fatta di valori semplici ed importanti.

14 – Se Roberto Baggio fosse stato un calciatore ventenne negli anni ’60?

Penso adesso ad una ipotesi contraria ad una di quelle che ho scritto sopra: come sarebbe stato Roberto Baggio come calciatore se avesse avuto vent’anni negli anni ’60?

Io penso che, forse sarebbe stato un collega di Sandro Mazzola nell’Inter, oppure addirittura di Gianni Rivera nel Milan, squadra della quale sono quasi un simpatizzante.

15 – Baggio risulta lo sportivo più pagato del 2014

Baggio risulta essere lo sportivo più pagato del 2014, grazie alla sua partecipazione agli utili di molte aziende private.

Credo però che, la sua predisposizione psicologica del tutto sana ed equilibrata, lo abbia fatto restare con i piedi per terra.

Conclusione…

Il post è arrivato alla sua conclusione. Voglio porre due quesiti a voi lettori.

Siete mai stati tifosi di Roberto Baggio? Ricordate alcuni suoi momenti bui?

Diego Armando Maradona: il genio controverso del Napoli

Oggi parlerò della Psicologia di un genio decisamente controverso dello sport: Diego Armando Maradona, ex fuoriclasse del Napoli, oggi allenatore.

L’infanzia nei quartieri poveri

Credo che l’infanzia di Maradona non fosse stata solamente costellata da infelicità, povertà e dolori, ma che quel bambino vivace e desideroso di cambiare vita, avesse trovato una gioia immensa nello scoprire la grande passione per il calcio, sport in cui dimostrava già d’avere una eccellente abilità.

Io penso che, questa voglia smisurata di migliorare la propria condizione, dipenda da abilità che hanno una base neuronale sia nell’emisfero destro che in quello sinistro, e che sono a mio avviso deputate al controllo delle emozioni anche quando esse toccano aspetti toccanti della nostra vita.

La preadolescenza e i miglioramenti come calciatore

La preadolescenza di Diego Armando Maradona, ovviamente, aveva consentito al ragazzino di migliorare le abilità di calciatore che aveva cominciato ad apprendere nell’infanzia.

Penso però che, i suoi costanti impegni come promessa del calcio, avessero sviluppato in lui più il pensiero strategico e le intelligenze di tipo intrapersonale e sociale, grazie al controllo mentale delle sue prime tensioni nel competere con gli altri talenti.

Sono dell’idea che invece il ragazzino avesse acquistato molte meno doti nella capacità logico – deduttiva e in quella linguistico – espressiva.

Rammento che infatti Maradona aveva lasciato prestissimo la scuola per contribuire a mantenere la famiglia, ragion per cui era diventato a mio avviso più abile in certe cose, invece che in altre.

L’adolescenza verso la fama di campione

Durante il periodo della sua vita tra i 14 ed i 18 anni, Maradona era ormai un calciatore professionista.

Penso che la sua intelligenza cinestetico – corporale in quel momento fosse a livello altissimo, anche se non ancora da fuoriclasse indiscusso.

La prima giovinezza da milionario

So che era nell’arco di vita fra i 18 ai 23 anni che la sua abilità lo aveva atto diventare un milionario, in pochi anni sempre più ricco.

La sua intelligenza cinestetico – corporale adesso era proprio quella di un fuoriclasse indiscusso, sia in Nazionale Argentina sia nel Napoli.

La seconda giovinezza come campione leggendario

Era però nel periodo della  seconda giovinezza che le sue abilità di toccare la palla lo avevano inserito nell’Olimpo Calcistico come il fuoriclasse più abile al mondo, e uno tra i più grandi di tutti i tempi.

La sua intelligenza cinestetico – corporale gli permetteva in quel momento di essere un genio, al pari di Pelè e Puskas.

Il dribbling inimitabile che aveva fatto ai Mondali dell’86 lo confermava pienamente.

La maturità come fuoriclasse malgrado gli acciacchi

Era destino che, come tutti gli uomini anche leggendari, arrivassero le prime difficoltà, ovvero i primi infortuni e i relativi interventi chirurgici.

L’intelligenza cinestetico – corporale di Maradona, però, era sempre tra le più eccellenti.

Il periodo attuale di allenatore

Diego Armando Maradona è oggi, secondo molti, un pessimo allenatore, ma ciò non è dovuto, a mio avviso, alle sue carenze logiche, nè all’inefficienza del pensiero strategico che per me è rimasto invece intatto e florido in lui.

Ritengo che il motivo di questa incapacità sia un mistero, a meno che non si consideri l’eventualità di una scarsa concentrazione in qualcosa che forse non gli piace tantissimo come l’ex attività di calciatore.

Conclusione…

Il post è giunto al termine. Voglio porre due quesiti a voi lettori.

Ricordate qualche dribbling entusiasmante di un altro calciatore come quello fatto da Maradona nell’86? Quale ritenete il migliore fra quelli dei due campioni?

Mike Tyson: alcuni pregi e carenze di un ex campione ormai consumato

L’articolo di oggi parla di una famosissima star dello sport degli anni ’90, oggi ancora molto celebre, nonostante il suo declino: Mike Tyson.

Intelligenza e memoria cinestetico – corporali

Io credo che un campione come Mike Tyson avesse un’inesauribile intelligenza cinestetico – corporale (cioè legata alla coordinazione e al movimento corporei), molto spiccata in tutte le sue sfaccettature.

Baso questa tesi sul fatto che egli aveva a mio avviso un gancio assolutamente perfetto ed una tecnica molto perspicace di gestire gli incontri sul ring, sfruttando gli sbagli degli avversari.

Penso che tutto ciò doveva essere legato anche ad una grande memoria nello sfruttare gli errori minimi che i rivali hanno fatto nei match precedenti, che lui sapeva secondo me adattare perfettamente alla sua abilità di movimento inimitabile.

Egli non era a mio parere come pugile solo “Una bestia”, al contrario di quello che molti dicevano!!

Ricordo che era stato anche il più giovane Campione del Mondo dei Pesi Massimi della storia di questo sport, a mio avviso non solo grazie ad un’aggressività estrema che non sarebbe stata sufficiente a farlo sfondare così precocemente!!

Intelligenza e memoria logiche

Certamente l’intelligenza e la memoria logiche di Tyson non fossero sempre spiccate, a causa della sua incapacità di afferrare e ricordare la gravità dei guai che gli erano capitati in precedenza!!

Credo che però egli non fosse stato perennemente stupido o poco abile nel rammentare le pesanti situazioni illegali nelle quali si era cacciato.

Egli aveva utilizzato a mio avviso delle strategie per pubblicizzare la sua immagine di atleta, attraverso la partecipazione alle pressanti campagne di marketing gestite dai suoi manager.

Credo che, anche le idee sulla sua aggressività e stupidità eccessive, fossero state (anche se non sempre) un modo calcolato per usare questi comportamenti ai fini dei vantaggi della sua carriera di pugile, a conferma della sua non imbecillità.

Intelligenza interpersonale

La sua abilità di conquistare il pubblico e la stampa con le sue stravaganze, così come con i suoi incontri strepitosi, al di sopra della norma, dimostravano una grande abilità relazionale di questo atleta.

Credo d’altro canto che, molti suoi grandi eccessi, lo avessero screditato ulteriormente agli occhi dei suoi detrattori più accaniti, confermando anche una sua vivace, ma non eccellente abilità sociale.

Intelligenza intrapersonale

Ricordo ancora la scena quando Mike Tyson morse l’orecchio ad Evander Holyfield, dimostrando a mio avviso una proverbiale mancanza di autocontrollo  e di sopportazione della sconfitta.

Rammento però anche la sua consolazione del pugile Frank Bruno, da lui battuto, motivo che mi aveva fatto intravedere una tendenza non finalizzata solo al narcisismo, ma anche alla comprensione delle persone in difficoltà.

Tale atteggiamento non aveva avuto per me solo una valenza interpersonale, ma pure intrapersonale, basata sul ricordo della sua storia personale di pugile, e sulla precedente, grandissima fatica a tirare avanti al momento della sua adolescenza, simile a quella di moltissimi atleti neri non istruiti.

Forza d’animo

Credo di poter affermare la grande forza d’animo di Mike Tyson (episodi di aggressività esclusi!!) nel decidere di affrontare gli incontri anche dopo la vittoria del prestigioso, quanto privilegiato titolo di Campione del Mondo dei pesi Massimi Assoluto.

Penso però che, il fatto di aver morso l’orecchio ad Holyfield dimostri che la sua tenacia, pur molto presente, non fosse stata particolarmente spiccata nei momenti di frustrazione.

Aggressività 

L’aggressività era stato probabilmente l’aspetto più invalidante della vita di Mike Tyson, anche se certe volte, come ho già sostenuto sopra, era stata forse una strategia pubblicitaria.

Credo che l’esempio più drammatico e per nulla onorevole di questo pugile fosse stato lo stupro di una donna, e il conseguente periodo in carcere per qualche anno.

Ovviamente in questo caso non si era trattato di nessuna strategia pubblicitaria, presente a mio avviso in altre circostanze, a causa dell’idea molto negativa che ho di un settore sportivo che ritengo totalmente opportunistico.

Capacità di gestire il denaro

Penso che una grande carenza di Tyson fosse stata l’incapacità di gestire il denaro abilmente guadagnato con il pugilato e le campagne di marketing.

Credo che una dote così scarsa dipendesse forse da aree del cervello non perfettamente efficienti dal punto di vista dell’autocontrollo, così come da una abilità pragmatica carente in alcune attività della sua vita.

Conclusione…

L’articolo è finito. Voglio porre due domande a voi lettori.

Credete che questo ex pugile finirà in disgrazia definitivamente dal punto di vista economico? Ricordate qualche suo incontro particolarmente entusiasmante che magari io non avevo mai visto?